Sapere

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29 Dic 2018 - by

Conoscere, capire e approfondire cultura e folklore: documenti, testimonianze, personalità culturali, personaggi popolari, studi letterari, umanistici e scientifici, dialetti locali, miti, credenze, proverbi

Tanti aspetti dell’Abruzzo non sono ancora noti in tutte le sfaccettature perché, oltre alle difficoltà geografiche, la regione è stata rappresentata nell’antichità ma anche in tempi recenti da luoghi comuni che non sempre hanno dato una idea della vitalità e della ricchezza dell’operato della sua gente e non l’hanno resa “interessante” per il turismo.

L’orografia ha reso sempre difficile la comunicazione orizzontale ovest-est e quindi anche le relazioni ed i commerci. Anche la comunicazione nord-sud lungo la fascia adriatica non sempre è stata agevole come oggi. A ciò si aggiunge il difficile rapporto tra l’egemonia romano-antica e i popoli coevi che occupavano l’Abruzzo, spesso sfociato in guerre lunghe e cruente. La storia, si sa, la scrivono i vincitori. L’Abruzzo è stata colonizzata e civilizzata da Roma, anche se recenti scavi archeologici permettono di definire una o più civiltà autoctone.

L’idea di un Abruzzo abitato da silenziosi e solitari pastori che si trascinavano dietro i propri greggi e da contadini ostinatamente attaccati al loro campo è andata avanti per molti secoli, nel medio evo e nell’età moderna. Lavoratori che, con duro lavoro, strappavano la loro sopravvivenza ad una natura ostile e selvaggia e che dovevano difendere il territorio dai lupi. Non c’era tempo per produzioni culturali.

Lungo la dorsale appenninica ed in particolare sulle montagne abruzzesi è sviluppata quella forma di rivolta della miseria e dell’esasperazione che storicamente si definisce brigantaggio, già esistente molto prima degli anni tragici 1862-1865 e rimasto anche dopo.

Le opere di Silone ci hanno rappresentato un Abruzzo in cui si contrapponevano masse di contadini e latifondisti, ossia “cafoni” e signori, con i primi restii ad assumere una coscienza politica e a lottare per rovesciare il sistema e i secondi interessati solo a procrastinare rapporti feudali. Oggi con la soppressione della mezzadria (1982) queste situazioni sono del tutto sparite.

La crisi della pastorizia e della transumanza e la mancanza di una politica di sviluppo a seguito della unità d’Italia hanno portato al fenomeno endemico della emigrazione, soprattutto nelle zone interne.

Il detto “Abruzzo forte e gentile”, coniato da P. Levi, ha messo l’accento oltre che sullo spirito infaticabile dei suoi abitanti, anche sugli aspetti antropologici, nobili, raffinati, cioè su aspetti culturali di cui si è sempre parlato poco o che si pensava di poco conto.

Nel dopoguerra le grandi vie di comunicazione hanno aperto l’Abruzzo a nuovi scenari italiani ed europei facendo superare ogni ostacolo. I lupi sono ora una specie da proteggere. Si è sviluppata una nuova coscienza di protezione e tutela dell’ambiente. L’agricoltura si è modernizzata ed anche la pastorizia. Si riscopre il passato.

Ci sono ancora tante cose da correggere e tante da implementare ma ci auguriamo che l’Abruzzo si riempia non solo di immigrati che vengono a rivedere con nostalgia i luoghi nativi ma di turisti consapevoli e consci della sua storia, meravigliati dalle tante bellezze storiche e naturali, che sappiano gustare appieno i prodotti che da sempre gli abruzzesi hanno saputo ricavare dal territorio salvaguardando autenticità e localismo.


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